« questo non è amore, viola. »
spinse le mani fuori dal finestrino e lasciò cadere a terra un po’ di cenere della sigaretta appena accesa.
si voltò a guardare al proprio fianco e vide la ragazza che apriva lo sportello con foga sbattendo i piedi contro il marciapiedi ed annusando l’aria come se fosse un cane da caccia. era puzzo di terra umida, che riusciva a percepire nel silenzio della campagna inondata dal sole dopo giorni di pioggia. viola si strinse nelle spalle e si voltò a guardarlo.
« allora cos’è? » chiese, con voce leggera eppur tremante di mille pensieri riflessi; la vide inspirare ed allungare le dita come se volesse afferrare l’aria che lo circondava, dentro lo scheletro metallico dell’auto. lui, nascosto dietro quell’aria indifferente e vissuta, sembrava inarrivabile e stranamente calmo in quella situazione che di calmo aveva ben poco.
« è bisogno, o necessità. al mondo nessuno ama nessuno e tu lo sai perfettamente anche se fingi che non sia così. » la sigaretta era di nuovo in bocca e la voce si riempì di fumo, così come le mani e le labbra schiuse per boccheggiare. parlava e la guardava con calma, come se si aspettasse qualcosa. la vide sollevarsi in piedi ed appoggiare la schiena nuda alla macchina in silenzio: per un momento credette di vedere un sorriso o un accenno di lacrima, nel viso messo di tre quarti, ma scosse il capo e riprese ad aspirare il fumo. e proprio in quel momento la voce di lei tornò « probabilmente è come dici tu. ma dimmi perché.. » si fermò e voltò il capo a guardarlo confermando la sua supposizione: non c’era riso nelle sue labbra tinte di perla, né tantomeno una lacrima sulle sue guance arrossate da troppe carezze « .. perché dovrei smettere di sognare? » e nuovamente quelle dita che affondavano nell’aria come a cercare di prenderlo: lo vedeva abbandonato ad un silenzio troppo pesante, tanto freddo da risultare doloroso. schegge di vetro invisibili, che le trafiggevano le dita scendendo attraverso le vene fino a raggiungere il cuore vibrante nel petto e poi nuovamente giù, nelle viscere del corpo come in quelle della terra per migliaia di chilometri sanguigni e nervosi. lui aspirò una nuova boccata di fumo e tornò a guardare davanti a sé il paesaggio assolato della campagna. sbatté l’indice della sinistra sul cruscotto e per un istante il desiderio di mettere in moto e fuggire fu più forte di quello di continuare ad averla con sé. « perché i sogni fanno male. » era l’unica risposta che le potesse concedere; si voltò a guardarla e per un momento sembrò volersi alzare per raggiungerla, ma la cintura allacciata era un impedimento eccessivo per le sue dita nervose.
nel frattempo, fuori, una leggera brezza scosse gli alberi, facendo ricadere sul tettuccio della macchina e tutt’intorno un piccolo strato di foglie secche. « anche tu mi fai del male, ma non per questo mi allontano da te » era un regalo silenzioso, quella frase. mentalmente lo scartò, aprendo la confezione e guardandovi all’interno: c’erano troppi significati e troppi sentimenti silenziosi; esattamente come quella notte segreta vissuta solo nelle loro menti assonnate e stanche, nelle loro menti annebbiate da un fumo sottile e silenzioso e da un profumo intenso di lavanda. sospirò e lasciò cadere a terra, fuori dal finestrino, la sigaretta ormai quasi spenta. la cintura scattò di colpo e per un momento il rumore metallico dell’estrazione e quello vorticoso dell’avvolgimento furono l’unica cosa a cui potessero prestare entrambi orecchio. subito dopo quell’attimo di assenza tornò a guardarla « .. non ti allontani solamente perché hai bisogno di me. » una ripicca sottile e violenta. si sollevò uscendo dalla macchina ed in un attimo, dopo aver aggirato il muso della bestia metallica si ritrovò davanti alla ragazza, fra i capelli alcune foglie arrossate dall’autunno entrante. aspirò il profumo umido dell’aria e per un istante sembrò perdere la vita sotto il peso del vento che s’era alzato tutt’un tratto, di quando in quando boccheggiava prendendo aria e masticandola con denti voraci ed appetito felino. un attimo e nulla era più come lo era stato: il corpo d’acciaio della macchina era contro la schiena di lei ed il suo corpo pulsante la spingeva con violenza contro i vetri. annusò l’aria tornando a sentire il profumo di lei nelle narici, il calore della sua pelle e la sua anima rinchiusa in quella prigione fredda ed asettica che era il corpo sbattuto contro la portiera. il profumo intenso della sua stessa vita, pulsò nelle guance che lo trattenevano con desiderio, la guardò e l’unica cosa che poteva vedere era l’amore di una ragazzina. l’amore da cui fuggiva da una vita. « dimmi che mi ami. » la sentì fremere. il suo stesso odore pulsava nel collo quando vi appoggiò il viso e cominciò a spingere la fronte contro le vene ansanti. « dimmi che l’amore esiste e che è una cosa splendida. che è come volare. » la strinse con forza tanto da riuscire a percepire il suo cuore contro il proprio petto. rallentò il respiro e sollevò il viso a guardarla negli occhi: vedeva le sue labbra muoversi ma non le parole uscire. non sentiva il suono che aspettava e per un istante tutto intorno a loro sembrò crollare: le foglie degli alberi smosse dal vento scricchiolavano come pezzi di vetro schiacciati, mentre il cielo si colmava di nuvole scure e l’orizzonte sembrava allontanarsi sempre più. « ti amo. » la sentì mormorare quelle parole proprio quando la prima goccia di pioggia cadde a terra e senza nemmeno rendersene conto spinse con più forza il suo corpo contro la macchina, scaldandosi con il suo profumo, beandosi del suo calore. « ti amo, ma non è come volare. è qualcosa di molto più doloroso ed intenso. » respirò ed abbassò il viso. la vide contrarre le mani ed agitare per un istante le dita che freneticamente battevano contro la portiera. la vedeva nuda, spoglia e livida come se con quelle poche richieste l’avesse distrutta. « è come perdere l’anima; il distacco totale delle viscere. ti eleva e ti distrugge nello stesso istante » sentiva freddo, nel guardarlo, come se anche l’ultimo frammento di muro che la teneva nascosta si fosse frantumato dopo quelle poche parole. insignificante, sotto lo sguardo supplicante e disincantato di lui, gemente di una luce più cupa ed innaturale. lo vedeva grande, imponente, nonostante quel metro e ottanta scarso ed un corpo esile. cercò di spingerlo via da sé, ma il rifiuto del distacco era tanto forte da impedirle di tentare una seconda volta, dopo il primo fallimento cosi che s’abbandonasse, remissiva, a quella gabbia. il respiro informe lentamente stava diventando sempre più palpabile ed insistente, la tensione dei muscoli sempre più avida ed evidente, mentre la pioggia segnava il passaggio di testimone, sempre più netto, dal sole alla luna sottintendendo tanti, troppi mutamenti d’atmosfera e di palpiti cavalcanti. la vide sollevare il viso ed abbassarlo aritmicamente come se in quel momento l’unica via di fuga fosse il cielo, che guardava impassibile dall’alto dei suoi millenni. sospirò ed il fiato impiegò ben poco a tracciare linee di fumo che dalla bocca ricaddero sul collo dell’altra quasi fossero attirate rovinosamente dalla sua pelle. « e questo è giusto, secondo te? » la voce raschiò contro la gola, mentre spingeva ulteriormente il proprio corpo contro quello di lei e le braccia, lentamente, le cingevano con delicatezza i fianchi.
« credi che sia giusto morire per qualcuno che non vive che per sé? » continuò e per un istante la sentì corrispondere il proprio tocco con le dita nervose che delicatamente percorrevano la sua schiena robusta e fragilmente titanica. « se non è giusto in sé e per sé è piacevole, ed il piacere è sempre giusto. » e fu proprio in quel momento che si sentì
stringere a lei con prepotenza e che sentì gli occhi chiudersi e le labbra venir meno alla loro libertà; fu di nuovo il fumo estatico e piacevole di quella notte, le menti annebbiate ed il calore del suo profumo sulla pelle umida di pioggia. la fine del desiderio di vivere libero in nome di qualcosa di più grande e sincero e doloroso: una vita senz’anima.














